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Ci sono storie di straordinaria magistratura. Sono quelle che colpiscono personaggi illustri. In seguito a questi procedimenti si scatena subito il vespaio delle critiche, si esercitano giustizialisti e garantisti, si è pronti a gridare allo scandalo dei provvedimenti ad personam, da un lato, mentre all’opposto ci si sente vittime di raggiri e persecuzioni. Lo scontro tra poteri istituzionali e la casta togata può arrivare a minare, come in questi giorni, il sereno andamento di un’intera legislatura. Ci sono storie però che hanno dell’ordinario, storie di ordinaria magistratura appunto, che colpiscono il “quisque de populo”, il cittadino, l’imprenditore. Di queste si sa poco o nulla, ma parimenti scatenano risentimenti, un senso di impotenza ed ingiustizia subita che fa a pugni con la fiducia nelle istituzioni che ogni sano cittadino possiede. La storia che passo a raccontare ha dell’incredibile e vuole essere testimonianza di quanto le procure possano sparare nel mucchio durante le indagini, facendo a volte magre figure. Questa è la storia di un imprenditore campano, leader nel settore delle forniture ospedaliere. Il suddetto imprenditore, nel lontano 2002 partecipa ad una gara d’appalto in quella che al tempo si chiamava associazione temporanea di impresa assieme ad altre aziende del settore. L’A.T.I. era di tipo orizzontale, ciò significa che tutte le imprese partecipanti potevano, dietro consenso della stazione appaltante, scambiarsi i ruoli nella fornitura, possedendo infatti tutti gli stessi requisiti. l’imprendotore in questione, inoltre, non era capofila del raggruppamento di imprese, particolare importante per il prosieguo della storia. L’esperimento di gara si concluse positivamente. I lavori iniziarono senza problemi. Alla ditta in questione spettava un ruolo marginale, doveva realizzare un sistema di logistica computerizzata e l’eventuale subentro nel servizio principale qualora una delle ditte avesse avuto problemi. Si trattava infatti di una riserva, una panchinara, per capirci. Totale della fornitura 12.000 euro annui da fatturare, altro particolare di non poco conto, alla capofila e non direttamente all’ente appaltante. Dopo circa un anno dall’inizio della commessa questa ditta viene colpita da un provvedimento della Prefettura, inviato a tutti i suoi clienti, in cui venivano paventate ipotesi di reato per infiltrazione cammorristica. Conseguenza di tale fatto fu la disdetta di tutti i contratti in essere. Questa è un’altra storia, ma va comunque un attimo spiegata. Nell’anno 2003 quasi tutte le aziende campane, attive nel settore delle forniture pubbliche, furono colpite da tale provvedimento. La cosa agghiacciante è che nessuna indagine in merito fu seriamente condotta, per quanto è dato sapere si procedette secondo l’assunto: “sei di Napoli, allora sei colluso con la malavita”. Il colpo fu durissimo per l’imprenditore in questione, dalla sera alla mattina rischiava di perdere circa 40 milioni di euro di fatturato annuo e mandare per strada più di quattrocento famiglie. Il tutto, manco a dirlo, nel periodo di natale. A seguito di tale avvenimento anche la direzione della su indicata Azienda Sanitaria Locale provvide a disdettare il contratto in essere notificando la disdetta a mezzo fax. a questo punto, in punta di diritto, l’A.T.I. aggiudicataria era da considerarsi decaduta e si sarebbe dovuto procedere ad un nuovo esperimento di gara. Ciò non avvenne, le aziende rimanenti preferirono procedere con la costituzione di una nuova A.T.I. di seguito accettata dalla stazione appaltante. Nel frattempo, a seguito di ricorsi e contro ricorsi, l’azienda colpita dal provvedimento della Prefettura veniva scagionata da ogni addebito, veniva riabilitata con tanto di scuse, al mondo degli onesti. Veniamo adesso ai giorni nostri. Circa due mesi fa l’azienda in questione viene sottoposta a controllo della Guardia di Finanza in merito ad un procedimento in corso che solo successivamente si venne a conoscere in capo allo stesso dirigente dell’A.S.L., ironia della sorte, che aveva provveduto ad escludere, con il famoso fax, l’azienda che subì il provvedimento della Prefettura. La verifica dei militari della finanza era relativa a tutti i contratti in essere della ormai tartassata azienda. I militari, con estremo tatto e gentilezza, senza alcuna ironia nel frangente, provvidero ad un controllo incrociato. Stilato il verbale il tutto si concluse con una stretta di mano. Nella giornata di ieri l’imprenditore in questione si vede recapitare, a mezzo ufficiale giudiziario, senza alcun avviso di garanzia, volto a costituire una efficace difesa processuale, un decreto di fissazione di udienza in camera di consiglio in cui scopre di essere indagato nel procedimento penale assieme alle altre aziende componenti l’A.T.I. summenzionata e al dirigente dell’A.S.L., senza nemmeno avere contezza, per altro, perchè non indicato nel decreto, del vero capo di imputazione. Il tutto è corredato dalla nomina di un avvocato difensore d’ufficio, sconosciuto alla parte indagata e di cui nessuna fiducia può aversi. La richiesta del pubblico ministero è l’interdizione dall’esercizio del proprio lavoro. In altre parole quattrocento persone vivranno con una spada di Damocle sul proprio futuro attendendo lo svolgimento del processo. Allo stato, come ovvio, non può conoscersi l’epilogo della vicenda. Fatto sta che l’imprenditore di cui in parola rischia la propria attività per aver partecipato da riserva ad una gara, per soli mille euro al mese essendo stato anche sbattuto fuori dall’esecuzione dei lavori per un provvedimento ingiusto della Prefettura. Davvero una bella storia questa, che forse della ordinarietà ha ben poco, è straordinaria come quelle che riguardano personaggi politici che da anni si sentono perseguitati dalla magistratura e che i più si ostinano ancora a definire ossessionati.
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C’erano una volta le rimostranze della classe operaia. Eravamo negli anni settanta quando, capitanati dai sindacati confederati e da un Pci in grande ricerca di consensi, i lavoratori scendevano in pizza contro la balena bianca protettrice dei padroni e connivente nella pratica preferita da questi ultimi: lo sfruttamento del popolo. Sono passati circa quarant’anni da quei giorni eppure, a scapito di quanto detto, affermato e sottoscritto nell’ultima campagna elettorale, si sente ancora parlare di “autunno caldo”. Certo saranno cambiati molti aspetti del vivere politico del nostro paese, ma duole constatare come l’uso indiscriminato dei fermenti piazzaioli obbedisca ancora ad un preciso disegno messo a punto dalla opposizione. Veltroni, nei giorni scorsi, ricordando la sua provenienza, spinto anche dal desiderio di dimostrarsi ancora alla guida di un partito, che in realtà gli sfugge di mano, è ricorso all’antico espediente della adunata oceanica dalle rosse bandiere. Oltremodo indispettito, concentrando su se stesso l’antico odio berlusconiano, decide di cavalcare la tigre degli ultimi avvenimenti politici per ritornare al passato. Lo ha fatto soprattutto per suo tornaconto personale perché occorre tenere a bada quei sui “colleghi” che sarebbero ben contenti di entrare nelle sue scarpe, D’Alema in testa. E lo ha fatto perché occorre tenere a bada il suo alleato Di Pietro. La sua scelta tuttavia denota evidenti segni di debolezza. Il ricorso alla mobilitazione civile, dall’uso del megafono a quello dello striscione, a volte sarcastico, altre offensivo, denota la fragilità ed il fallimento di una opposizione parlamentare già a pochi mesi dall’insediamento del nuovo esecutivo. A riprova di quanto affermato si è assistito, in Senato, ad un Aventino a scartamento ridotto. I Senatori, in segno di protesta, ufficialmente, hanno lasciato l’aula prima della votazione sul decreto sicurezza, una resa incondizionata ed assieme la rinuncia ad una opposizione costruttiva, in via ufficiosa. Si ricorre ai militanti, pochi o tanti che siano, quando si è impotenti o incapaci in altre sedi. Non solo. A riprova della debolezza della linea Veltroniana non c’è solo il richiamo dei corni vichinghi da battaglia, c’è anche il desiderio di una parte del PD di riavvicinarsi a quella sinistra che non ha voluto cancellare la falce e il martello dal suo simbolo. È dunque un ritorno al passato in piena regola, all’odio contro la destra, all’uso delle piazze, alle nuove alleanze coi vecchi alleati; il tutto, manco a dirlo, paventando il solito pericolo democratico, il solito ritorno ai fatti del 22, ai soliti temi tanto cari ai soliti noti. Una domanda conclusiva: ma l’uso incondizionato di siffatti strumenti non era stato annoverato tra le principali cause della disfatta delle sinistre? Meditate gente…meditate. (nella foto: Veltroni chiama i suoi alla battaglia)
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S’io fossi siciliano oggi esordirei con questa frase: “minchia che schiaffuni!”. Gli schiaffoni sono quelli che il centrosinistra ha ricevuto in questa tornata elettorale che ha visto nell’isola un en plein del centrodestra che ha conquistato tutte e otto le province chiamate alle urne. Non è una novità che il centrodestra sia molto forte nell’isola, anche quando l’avanzata delle sinistre si confermava su tutto il territorio nazionale, ad esempio nelle politiche del 2006, cui seguirono le amministrative qualche mese dopo, il movimento prodiano non era riuscito ad affermarsi nell’isola etnea. Nessuno però si sarebbe aspettato un secco “zero” nella casella degli scrutini afferente il centrosinistra. Per converso, l’opposto schieramento ha ottenuto percentuali da plebiscito, superando in molte occasioni il 70 per cento delle preferenze. Sono passate cosi’ al centrodestra anche province storicamente considerate come delle roccaforti rosse, quali Siracusa, Enna, Caltanissetta. Va fatto notare come però ambo gli schieramenti abbiano assunto un comportamento non coerente con quanto espresso a livello nazionale. È evidente che sul territorio giocano altri fattori, altri giochi di potere. Se da un lato il centrodestra lo abbiamo visto allearsi con l’ormai lontano UDC a livello nazionale, dall’altro il PD, oltre ad avere come compagno di viaggio l’ormai coagulato partito di Di Pietro, si era alleato anche con quella sinistra comunista di cui Veltroni tanto male diceva per vestirsi di nuovi lustrini nella corsa solitaria. È evidente però che se da un lato le percentuali di influenza dell’UDC non sono state sempre determinanti essendogli preferito spesso il suo alter ego Movimento per le Autonomie, oggi al governo con Berlusconi, dall’altro, l’alleanza con i partiti comunisti fa segnare una doppia sconfitta. La prima numerica, legata solo alle preferenze che non sono state comunque sufficienti, dall’altro politica perché il risultato delle urne siciliane è in un certo senso servito a fare da specchio ridotto a quanto successo a livello nazionale. Ha fugato tutti i dubbi di coloro che vedevano possibile una vittoria delle sinistre alle ultime politiche qualora l’alleanza fosse stata molto più eterogenea, in altre parole molto più simile a quella messa in campo da Prodi. Attenzione però perché gli “schiaffuni” potrebbero non esaurirsi, mentre stiamo commentando la vittoria del centrodestra siculo, quanto alle provinciali, si stanno scrutinando le sezioni elettorali dei comuni chiamati al rinnovo dei loro consigli, manco a dirlo il centrodestra è in vantaggio.
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I militanti del PD devono essersi sentiti come Galileo nell'osservare il comprtamento del loro segretario, cosi' come per il genio erano gli astri, Veltroni alla fine si è mosso. Era un Veltroni in carne ed ossa quello che ha parlato al convegno di Farefuturo, altro che ombra. Lo ha fatto però per far piacere ai suoi, forse piegandosi a quelle critiche provenienti da quella parte del suo partito che sino ad ora lo aveva rimbrottato di essere troppo tenero con la maggioranza, di voler cercare il dialogo a tutti i costi, di assumere, nei confronti del governo, toni troppo marcatamente anglosassoni. È un fatto che gran parte dello schieramento di centrosinistra mal digeriva questa linea di condotta ed è un fatto, malgrado le smentite si siano più volte rincorse, che all’interno del PD stavano nascendo correnti di pensiero alternative a quelle della segreteria, con tanto di candidati alla successione a fare da portavoce. Con due battute invece Veltroni sembra voler dare un ultimatum alla condotta dell’Esecutivo. Minaccia un cambiamento di clima politico prima che i suoi minaccino ancor più chiaramente di mettere i loro piedi sul suo sedere per sbatterlo fuori dal loft. "In questi giorni si decide il futuro di questa legislatura: se il comportamento rimane come quello delle ultime settimane il clima non potrà che cambiare". Parla di continui strappi citando il lodo Schifani, il caso di Rete 4, i militari per le città e il reato di immigrazione clandestina. In un certo senso, con questa presa d’atto, il premier ombra, si è reso conto che alla giuda del paese c’è un governo di centrodestra. I complimenti per la velocità con cui se ne è reso conto si sprecano, roba delle migliori “prodezze”, quanto a velocità di esecuzione, del suo illustre e sonnacchioso predecessore. Forse Veltroni credeva che in un solo mese si potessero limare oltre quindici anni di linea di condotta tenacemente difesa a tutti i livelli, prima da governo di maggioranza, poi dai banchi dell’opposizione, da una destra che su certi temi ha sempre avuto le idee molto chiare e semmai non ha potuto mettere in pratica per quei troppi bastoni, o meglio Casini, che negli anni 2001-2006 gli si sono messi tra le ruote. In definitiva la sua uscita non può che derubricarsi ad atto puramente strumentale; nasconde, imponendo una schermaglia degna del miglior leader vetero comunista, la pochezza di argomenti che provengono dal suo schieramento e poi, va ricordato, nessuna chiusura, in una fase come quella attuale, di puri spunti programmatici, è stata attuata. La prima e vera occasione Veltroni e i suoi la avranno già da oggi pomeriggio, quando verranno esaminate in Parlamento le misure contro i rifiuti campani, oppure già da domani, quando al Senato si discuterà del decreto sicurezza. È in quella sede che il dialogo dovrà prevalere, sempre che la sinistra abbia il coraggio, la voglia e gli argomenti per controbattere e non cedere, come sempre ha fatto in questi anni, alla tentazione del no a tutti i costi, anche perché, e chissà se ne ha preso atto i numeri per imporsi non li ha più.
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Se sul fronte interno il governo Berlusconi aveva dato più che un segnale, su vari fronti: economia, assetto istituzionale, sulla sicurezza. Dal punto di vista della politica estera poco, sin qui, si era visto. Mancavano, per così dire, quelle occasioni degne di essere commentate. La prima mossa la si è vista durante la visita del Presidente iraniano a Roma durante il vertice della Fao. In quella sede il governo ha mantenuto una linea di condotta intransigente nei suoi confronti, negando ogni contatto. La cosa non deve essere sfuggita sia agli americani sia agli israeliani che, in un certo senso, si sono compiaciuti di quanto manifestato. Da un lato gli americani hanno notato come il comportamento italiano del centrodestra non sia così difforme da quello assunto nel quinquennio 2001-2006, dall’altro gli israeliani hanno avuto modo di osservare come l’equidistanza D’Alemiana del governo delle sinistre tra Israele e Palestina sia ormai un ricordo lontano. I fronti su cui il nostro governo è chiamato ad esercitarsi in politica estera sono sostanzialmente due. L’ammissione al gruppo dei “5più1” relativamente alla questione del nucleare iraniano e quello dei caveat in Afghanistan. L’uno complementare all’altro. L’Italia ha già fatto intendere di essere ben disposta a mutare le regole di ingaggio in quel paese ricevendone, come “contropartita”, l’ingresso nel gruppo che conta sulle trattative a base di uranio dell’Iran. La situazione non è però così semplice come sembra. Ci sono, come sempre, le solite fazioni. Se vogliamo quelle storiche. Dal un lato l’America sarebbe favorevole, come in passato, all’ingresso dell’Italia nel gruppo, ben conoscendo l’aiuto in termini militari che il cambiamento delle regole d’ingaggio sortirebbe in Afghnistan. Dall’altro c’è il solito rapporto conflittuale con la Germania della Merkel che, come in passato, si oppone alla ribalta italiana. Allo stato sembra prevalere la linea di condotta teutonica, anche perché gli americani non hanno alzato la voce più di tanto, tuttavia appare chiaro, sul fronte interno, che il solo Frattini è il vero interessato a mettere la sua firma sul contrastato ingresso nei “5più1”. Del resto c’è da capirlo. Il ministro degli esteri italiano, come già successo in passato, vive di ombre riflesse. È costantemente appannato dalla figura ingombrante del Prtemier che ha sempre mantenuto rapporti con i capi di altri paesi che vanno ben oltre la diplomazia. In alcuni casi si può infatti parlare, piaccia o meno, di vera amicizia. Proprio questo aspetto infatti è quello che non determina preoccupazione in Berlusconi. Egli, se ne venisse data la opportunità, sarebbe ben lieto di poter dare il suo contributo in una veste istituzionale all’interno del gruppo, ma parimenti sa benissimo che anche dall’esterno il suo apporto potrebbe essere determinante. Non a caso il concetto è stato ribadito durante il commiato statunitense a Roma. Tra i consueti sorrisi e le battute di Berlusconi si è perlato proprio di questo. Il Presidente americano conosce infatti i buoni rapporti tra Roma e Teheran ed è intenzionato a sfruttarli comunque anche se l’Italia non dovesse far parte del gruppo che conta. C’è dunque da notare come, da ogni parte si guardi la moneta, Berlusconi abbia compiuto, in attesa di un bel “sei” pieno, un buon lavoro.
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La memoria, a volte, gioca brutti scherzi. Non in questo caso però, anche perché di tempo non ne è passato poi tanto. Con il più classico dei “ricordate” introdurrei la vicenda che vede il partito democratico al centro di una bufera interna. Ricordate, dunque, quando alla sua nascita le perplessità circa la convivenza delle due anime in seno al loft venivano indicate da tutti, e, soprattutto, dai commentatori politici del centrodestra come qualcosa di difficile amalgama? In quel tempo i “ma anche” veltroniani si sprecavano ed erano tutti rivolti alla ricerca di una possibilità di convincimento del popolo del centrosinistra, anche perché, seconda occasione di ricordo, le elezioni politiche si avvicinavano a grandi passi. Saremo laici e cattolici al contempo, “Questo è un partito dove per sua natura o per fortuna laici e cattolici coesistono”, “Veltroni a Famiglia cristiana: cattolici colonna portante Pd”. Questo il tenore dei suoi continui interventi. Qualcosa deve essere poi andato storto. Innanzitutto l’alleanza coi radicali, ma non è solo questo il motivo. Ultimamente che qualcosa stesse per cambiare, o meglio, per venire alla luce dispiegando i propri effetti era nell’aria. Si era concluso l’idillio col direttore di famiglia cristiana Don Schiortino che aveva riservato parole dure al partito democratico ed è stato mal digerito l’intervento dello stesso Veltroni al congresso del partito socialista europeo. Queste sono state le reazioni ad uno stato di cose che è maturato nel tempo con la stessa velocità con cui in seno al partito democratico, a discapito di quanto sempre affermato, si andavano creando correnti e fazioni contrapposte. Da un lato la compagine D’Alemiana dall’altra quella populista e ancora quella dei dossettiani vecchio stampo, i cattolici duri e puri. Oggi il segretario cerca di correre ai ripari, ma il rimedio rischia di essere peggiore del male. da più parti si rincorrono affermazioni e smentite circa l’uscita dei cattolici dal partito ovvero della formazione di un partito democratico di matrice socialista. Lo avevamo detto, affermato e sottoscritto che la convivenza non sarebbe stata facile. Si invoca la programmazione di un congresso per la chiarificazione e l’analisi di questo punto. Veltroni, dal canto suo, ha già fatto sapere che discutere su questi temi sarebbe un ritorno al passato, e se congresso deve esservi, questo sarà visto come una mina ai fondamenti del partito. Era “partito democratico”, quindi, ci si interroga, adesso, su quali possano essere gli effettivi punti di arrivo.
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E adesso cosa diranno gli ultrà dell’ accoglienza senza se e senza ma? Su quali specchi si arrampicheranno per giustificare la virata decisamente in direzione avversa ai loro pensieri di benevolenza che si annidano sotto le loro impomatate parrucche da salotto? Potranno mai dare la colpa ad un seme berlusconiano che ha travalicato i confini nazionali, oppure alla resurrezione di chissà quali divisioni di camice nere? Ci proveranno certo, magari con i toni che da sempre sono loro consoni, grideranno al pericolo xenofobia che va ingigantendosi e ci tireranno dentro tutte le destre europee. Il fatto è però di altra portata. La notizia che i ventisette ministri degli interni a Bruxelles hanno votato all’unanimità una direttiva che prevede l’espulsione immediata dei clandestini ha avuto l’effetto di un vero e proprio diretto, nel senso di cazzotto, sul grugno di quanti sono abituati a tenere le braccia aperte in segno di accoglienza e di rimando le frontiere ridotte alla stregua del formaggio svizzero, quello coi buchi. La decisione verrà probabilmente approvata in prima lettura già il prossimo 18 maggio in seno all’Europarlamento. In quella sede ne sentiremo delle belle. Nel frattempo occorre segnalare come una siffatta decisione rinforzi non di poco la linea di condotta del Governo in carica circa la creazione del reato di immigrazione clandestina nel nostro paese. La strada sembra dunque in discesa anche perché da un lato viene costantemente ricordato all’opinione pubblica che, sebbene con diverse sfumature, il reato è già previsto nei maggiori paesi europei e, dall’altro, per il fatto che non tutti i ministri che ieri hanno approvato la direttiva potevano propriamente definirsi destrorsi. Prevale dunque una linea di saggezza. Quella che vede nella immigrazione priva di ogni regola e controllo un pericolo sociale. In effetti l’Europa si è resa conto di non poter più sostenere un flusso migratorio smodato che richiede ormai un poderoso sforzo dal punto di vista delle garanzie sociali, economiche e dei diritti umani. Tutto ciò in termini economici costa, e il vecchio continente si è reso forse conto che con la recessione alle porte non può sostenere tali ritmi. Costi legati alle abitazioni, alla istruzione, alla sanità lievitano anche a causa dell’elevato numero di persone che ne usufruiscono. E’ forse davvero questo il punto. L’economia dei paesi membri, più che gli effettivi problemi legati al terrorismo o alla sicurezza dei popoli. La svolta c’è stata e va nella direzione che da sempre i governi del centrodestra hanno segnalato, quella della sostenibilità dei migranti, dell’utilizzo delle risorse disponibili e della ricchezza prodotta. In economia queste grandezze sono ovviamente misurabili, oggi ci si è convinti che non sono inesauribili.
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Manifestare per le strade o piazze è un arte. Un’arte che viene da lontano, si perde nella notte dei tempi, potremmo richiamare addirittura la rivoluzione francese, ma non è questa la sede o il momento per digressioni di natura storica. Va tuttavia segnalato che l’arte del manifestare è cosa propria della sinistra. Farlo poi di questi tempi, col caldo che avanza, con le bottigliette d’acqua che scarseggiano tra le fila dei cortei e che obbligherebbero a soste borghesi al bar, è ancora più complicato. Deve essere stato questo il motivo per cui nemmeno un no global, nemmeno un collettivo dei centri sociali ha manifestato ieri contro la presenza del presidente iraniano. Né un dread, né un pircing, nemmeno un tascapane e nemmeno le solite bandiere arse e i fantocci a mo’ di caricatura. Eppure l’occasione per dire un “no” a qualcosa ieri l’hanno avuta i militanti dei sunnominati collettivi. Di fatto il capo iraniano è uno che dei diritti umani se ne infischia, che ammazza gay e donne, che non è parco nel definire infedele chiunque si manifesti contrario alla legge coranica. In due parole, dal loro punto di vista, avrebbero potuto definirlo uno spietato nazista. Del resto hanno per molto meno appellato come nazisti e fascisti persone o cose che poco o nulla avevano a che vedere con questi, non ultimo quell’organo maschile tanto vituperato in passato dalle femministe. Non che mi possa definire uno sfegatato americanista, tutt’altro, ma la disparità di trattamento, tra la manifestazione antibusch, antipapa, antifasci, antitav, deve essere rimarcata. Gli unici a prendere posizione seria e dal loro punto di vista è del tutto condivisibile, sono stati gli ebrei romani e quelli che hanno voluto aderire alla protesta. Ovviamente supportati dalla presenza di alcuni membri politici. Non sono risuonate le campane dell’adunata, anzi del concentramento, come loro mi pare amino definire l’appuntamento. Le campane, come spesso accade, hanno la forma della carta stampata e ieri sui giornali di sinistra: Manifesto, Liberazione, Unità, ma anche Repubblica era un fiorire di altre notizie. Silenzio sia sulla manifestazione con le bandiere della stella di Davide, sia sulle dichiarazioni preoccupanti di Ahmadinejad, trattate in maniera sparuta. Berlusocni si è defilato: è servo della piovra a stelle e strisce, questa la sostanza di quanto si è letto. In cambio abbiamo visto come quei giornali siano molto preoccupati sulla norma antistraniero che il governo vuole varare, sulle ripercussioni che essa avrebbe verso le badanti, sui dissapori tra Maroni e Berlusconi a tal riguardo, sulla “scelleratezza” di un Tremonti che vuole introdurre la Robin Tax, sul gay pride in forse a causa delle idee fasciste (adesso secondo loro è appropriato) di Alemanno e via dicendo. Alla fine c’è però sempre una nota positiva, l’aria primaverile della capitale, coi suoi parchi e le sue aiuole in fiore, non ha subito attentati da chi sostiene che il bagno o la doccia è fascista. (nella foto: chi li ha visti?)
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